Lidia De Federicis ha cooperato a fondare vent’anni fa la rivista torinese L’Indice ed è stata
autrice con Remo Ceserani di «quell’impresa
editoriale che è Il materiale e l’immaginario», cioè
quel manuale di nuovo conio che, dice Massimo Onofri
su Il Manifesto del 30 aprile, «ha contribuito a cambiare,
piaccia o no, la didattica della letteratura nelle nostre scuole».
Si tratta però di un’epoca conclusa,
allora era vigente la «scommessa d’una vera democratizzazione
della società italiana» che a Torino si esprimeva, per esempio,
nell’antipedagogia di Francesco De Bartolomeis
e nella psicoanalisi antiautoritaria di Elvio Fachinelli.
Oggi invece (forse perché l’individuo sta solo di fronte
al mondo) i problemi sono altri, dice Onofri:
«Chi è che scrive, quando scrive per
un pubblico? E per che cosa scrive?». De Federicis
conosce queste domande e infatti ha pubblicato
un libro di «saggi affettivi» (così il sottotitolo del volume
Del raccontare, Manni) di dove
il recensore trae il seguente brano: «Se davvero, e si è detto,
alla fine del novecento, dopo due secoli di confessioni e autobiografie,
l’io è come un genere, il problema sarà
quale genere farne, ora che va finendo il novecentesco romanzo
dell’io», ora quando nulla è garantito, come raccontano la Ramondino
(L’isola riflessa), la Rasy
(Tra noi due), Carraro
(Non c’è più tempo), Trevi (I cani del nulla), e «un libro misterioso,
Dava fine alla tremenda notte, della più misteriosa delle
nostre scrittrici, Marosia
Castaldi». Commenta Onofri a chiarimento:
per De Federicis «l’extratesto, ecco il punto, qui vince sempre sul
testo».
A.S.