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Newsletter n.3 Maggio/Giugno 2005

Testo e extratesto


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Le vie del “romanzo dell’io” sono finite?

Lidia De Federicis ha cooperato a fondare vent’anni fa la rivista torinese L’Indice ed è stata autrice con Remo Ceserani di «quell’impresa editoriale che è Il materiale e l’immaginario», cioè quel manuale di nuovo conio che, dice Massimo Onofri su Il Manifesto del 30 aprile, «ha contribuito a cambiare, piaccia o no, la didattica della letteratura nelle nostre scuole». Si tratta però di un’epoca conclusa, allora era vigente la «scommessa d’una vera democratizzazione della società italiana» che a Torino si esprimeva, per esempio, nell’antipedagogia di Francesco De Bartolomeis e nella psicoanalisi antiautoritaria di Elvio Fachinelli.

Oggi invece (forse perché l’individuo sta solo di fronte al mondo) i problemi sono altri, dice Onofri: «Chi è che scrive, quando scrive per un pubblico? E per che cosa scrive?». De Federicis conosce queste domande e infatti ha pubblicato un libro di «saggi affettivi» (così il sottotitolo del volume Del raccontare, Manni) di dove il recensore trae il seguente brano: «Se davvero, e si è detto, alla fine del novecento, dopo due secoli di confessioni e autobiografie, l’io è come un genere, il problema sarà quale genere farne, ora che va finendo il novecentesco romanzo dell’io», ora quando nulla è garantito, come raccontano la Ramondino (L’isola riflessa), la Rasy (Tra noi due), Carraro (Non c’è più tempo), Trevi (I cani del nulla), e «un libro misterioso, Dava fine alla tremenda notte, della più misteriosa delle nostre scrittrici, Marosia Castaldi». Commenta Onofri a chiarimento: per De Federicis «l’extratesto, ecco il punto, qui vince sempre sul testo».


                                                                                                      A.S.