Una articolessa di Marco
D’Eramo sul manifesto
fa il punto sulla situazione dell’industria culturale nazionale
approfittando dell’uscita del prezioso Rapporto
sull’economia della cultura in Italia (1990-2000), curato
da Carla Bodo e Celestino Spada, edito dal Mulino.
È il secondo rapporto di questo tipo e D’Eramo avverte subito
che l’impresa è improba e «i dati vanno presi con le molle», dovendo mettere assieme i film che
si vedono al cinema e i dvd (magari taroccati) che si vedono a
casa, i libri, i giornali e le riviste che si acquistano e tutte
le forme di consultazione oggi possibili in Rete. Comunque sommando
tutti settori (dunque anche i teatri, i musei, i concerti, le
mostre e le biblioteche) si arriva ad una spesa privata e pubblica
che non superava nel 2000 il 2% del Pil (ossia 46.897 miliardi
di lire). Per il settore che più c’interessa riferisce D’Eramo:
«Prendiamo la lettura dei libri. Nel 2000 il 60% degli italiani dichiarava
di aver letto almeno un libro: il 42,8% nel tempo libero, il 5,4%
per motivi professionali o di studio e l’11,8% come “lettori morbidi”
(che non si pensano come lettori, ma hanno letto guide turistiche,
manuali di cucina, libri gialli…)». Nel dettaglio si vede che
la media nazionale dei lettori diventa il 65,5% nel Nord-Ovest,
il 67% nel Nord-Est, il 60,9% nel Centro, il 50,8% nel Sud e il
52,1% nelle Isole. Il Rapporto
informa, comunque, che «nel 1965 leggevano meno di 7,5 milioni
di persone; nel 1975 erano 12 milioni, nel 2000 21 milioni: insomma
i lettori sono quasi triplicati in 40 anni. Il che rispecchia
la diminuzione dell’analfabetismo che negli anni ’50 colpiva in
realtà il 60% degli adulti. Ma questo segnale positivo viene subito
smentito dal rapporto che nota come dopo il 1998 il numero dei
lettori sia di nuovo andato calando soprattutto tra i giovani».
L’assenza storica di una borghesia culturalizzata, l’egemonia
di un televisionismo spazzatura, la penuria di investimenti governativi
a sostegno dell’impresa culturale sono tutti fattori determinanti
nell’evidente sottodimensionamento dell’industria culturale italiana,
non all’altezza di un paese che pretende di essere tra le maggiori
potenze capitalistiche internazionali. E questa disattenzione
o incuria è anche alla radice, come sottolinea D’Eramo, della
permanente «fragilità strutturale della classe dirigente italiana».
Siamo sempre come scriveva Arbasino «un paese senza».