Era un uomo scomodo e uno scrittore
scomodo. Vitaliano Brancati (Pachino,
Siracusa, 1907 - Torino 1954) dovette faticare a lungo per scrollarsi
di dosso il marchio di fascista. «Sui vent'anni io ero fascista
sino alla radice dei capelli» confessò
lui stesso nel libro I fascisti invecchiano pubblicato
nel 1946 presso Longanesi. Cercò appoggi presso Mussolini
e alcuni grandi gerarchi, tra cui Galeazzo Ciano, trasferendosi
per qualche tempo a Roma, ma non riuscì a
ottenere che qualche collaborazione con piccoli giornali di provincia.
Verso la metà degli Anni Trenta si staccò dal fascismo, ripudiò
quanto aveva scritto fino ad allora e,
conquistata la piena autonomia intellettuale, imboccò la strada
del romanzo, arrivando a scrivere capolavori come Don Giovanni
in Sicilia nel 1941 e
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Vitaliano Brancati
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Il bell'Antonio nel '49.
Quanto allo scrittore scomodo, Brancati era inviso ai suoi conterranei
che non sopportavano la sua satira feroce della società siciliana. «Una Sicilia
ritratta nei suoi aspetti più veri, eppure paradossali,
un'immagine tragicomica di una
società lenta, chiusa e decisamente scettica
davanti a un'Italia che, dopo la liberazione, si muoveva invece
rapida verso un boom economico, che prometteva nuovi orizzonti di
libertà, anche sessuale». Così inizia il lungo articolo
di Annalisa Gimmi su Il Giornale del 20 marzo
2005, che ricorda lo scrittore nel cinquantesimo anniversario della
sua prematura scomparsa. L'articolista spiega i caratteri dei protagonisti
dei due celebri romanzi di Brancati: Giovanni Percolla del Don
Giovanni in Sicilia, che «tenta di lasciarsi alle spalle
gli aspetti deteriori della sua terra, i discorsi monotematici degli
uomini nei bar, la ricerca ossessiva della femmina, una pigrizia
fisica e mentale di cui avverte il pericoloso potere seduttivo,
per buttarsi nella vitalissima vita del Continente, accanto a
una donna settentrionale». Ma non
aveva fatto i conti con «il ricordo dell'avvolgente casa materna,
il tormentoso fascino di lontananza che la Sicilia esercita»
al punto che non resiste al “ritorno alle origini”. Poi è la volta
di Antonio Magnano, Il bell'Antonio,
che vive il dramma dell'impotenza, grave «soprattutto in una
società come quella siciliana, che Brancati trasforma in metafora
di un'impotenza anche sociale, vissuta da un intero popolo che si
sente escluso dalle scelte relative alla propria vita e al proprio
futuro». Di questo romanzo si ricordano la trasposizione cinematografica
di Mauro Bolognini, con Marcello Mastroianni e Claudia
Cardinale e quella televisiva della Rai, trasmessa a fine marzo, interpreti Daniele Liotti
e Nicole Grimaudo, regista Maurizio Zaccaro.
Quando la
società letteraria di allora lo accolse e la vita cominciò a sorridergli,
una disgraziata operazione chirurgica venne a spezzare la penna
di Brancati. Ritroviamo la cronaca di quei giorni nei Taccuini
inediti di Leonetta Cecchi Pieraccini, che Antonio Debenedetti
ha presentato sul Corriere della sera del 20 marzo scorso:
«Domenica 19 settembre 1954. Brancati sta per partire per
Torino per la famosa operazione al torace.
Procura di apparire tranquillo e disinvolto, ma il suo sguardo e
il suo sorriso sono tristissimi. Quando si congeda e tutti gli
fanno complimenti e auguri, Nino (Rota, ndr) si avanza
e gli dice ex abrupto: «Non si operi, non si operi senza prima
avere interpellato un mago». Più avanti: «Sabato 25
settembre. Incontro Ditta che esce dal portone di casa, mi butta
le braccia al collo singhiozzando: "E' morto Brancati".
Terribile: rimango io pure sconvolta. Stamane ha avuto luogo l'attesa
operazione. Il cuore non ha retto. Il poverino è morto durante l'operazione».
M.V.
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