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Newsletter n.3 Maggio/Giugno 2005

Brancati


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A mezzo secolo dalla morte si ricorda il tormentato scrittore siciliano

Era un uomo scomodo e uno scrittore scomodo. Vitaliano Brancati (Pachino, Siracusa, 1907 - Torino 1954) dovette faticare a lungo per scrollarsi di dosso il marchio di fascista. «Sui vent'anni io ero fascista sino alla radice dei capelli» confessò lui stesso nel libro I fascisti invecchiano pubblicato nel 1946 presso Longanesi. Cercò appoggi presso Mussolini e alcuni grandi gerarchi, tra cui Galeazzo Ciano, trasferendosi per qualche tempo a Roma, ma non riuscì a ottenere che qualche collaborazione con piccoli giornali di provincia. Verso la metà degli Anni Trenta si staccò dal fascismo, ripudiò quanto aveva scritto fino ad allora e, conquistata la piena autonomia intellettuale, imboccò la strada del romanzo, arrivando a scrivere capolavori come Don Giovanni in Sicilia nel 1941 e



Vitaliano Brancati

Il bell'Antonio nel '49. Quanto allo scrittore scomodo, Brancati era inviso ai suoi conterranei che non sopportavano la sua satira feroce della società siciliana. «Una Sicilia ritratta nei suoi aspetti più veri, eppure paradossali, un'immagine tragicomica di una società lenta, chiusa e decisamente scettica davanti a un'Italia che, dopo la liberazione, si muoveva invece rapida verso un boom economico, che prometteva nuovi orizzonti di libertà, anche  sessuale». Così inizia il lungo articolo di Annalisa Gimmi su Il Giornale del 20 marzo 2005, che ricorda lo scrittore nel cinquantesimo anniversario della sua prematura scomparsa. L'articolista spiega i caratteri dei protagonisti dei due celebri romanzi di Brancati: Giovanni Percolla del Don Giovanni in Sicilia, che «tenta di lasciarsi alle spalle gli aspetti deteriori della sua terra, i discorsi monotematici degli uomini nei bar, la ricerca ossessiva della femmina, una pigrizia fisica e mentale di cui avverte il pericoloso potere seduttivo, per buttarsi nella vitalissima vita del Continente, accanto a una donna settentrionale». Ma non aveva fatto i conti con «il ricordo dell'avvolgente casa materna, il tormentoso fascino di lontananza che la Sicilia esercita» al punto che non resiste al “ritorno alle origini”. Poi è la volta di Antonio Magnano, Il bell'Antonio, che vive il dramma dell'impotenza, grave «soprattutto in una società come quella siciliana, che Brancati trasforma in metafora di un'impotenza anche sociale, vissuta da un intero popolo che si sente escluso dalle scelte relative alla propria vita e al proprio futuro». Di questo romanzo si ricordano la trasposizione cinematografica di Mauro Bolognini, con Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale e quella televisiva della Rai, trasmessa a fine marzo, interpreti Daniele Liotti e Nicole Grimaudo, regista Maurizio Zaccaro.

Quando la società letteraria di allora lo accolse e la vita cominciò a sorridergli, una disgraziata operazione chirurgica venne a spezzare la penna di Brancati. Ritroviamo la cronaca di quei giorni nei Taccuini inediti di Leonetta Cecchi Pieraccini, che Antonio Debenedetti ha presentato sul Corriere della sera del 20 marzo scorso: «Domenica 19 settembre 1954. Brancati sta per partire per Torino per la famosa operazione al torace. Procura di apparire tranquillo e disinvolto, ma il suo sguardo e il suo sorriso sono tristissimi. Quando si congeda e tutti gli fanno complimenti e auguri, Nino (Rota, ndr) si avanza e gli dice ex abrupto: «Non si operi, non si operi senza prima avere interpellato un mago». Più avanti: «Sabato 25 settembre. Incontro Ditta che esce dal portone di casa, mi butta le braccia al collo singhiozzando: "E' morto Brancati". Terribile: rimango io pure sconvolta. Stamane ha avuto luogo l'attesa operazione. Il cuore non ha retto. Il poverino è morto durante l'operazione».


                                                                                             M.V.