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Nata nel ’67 a Kobe in Giappone, per via del padre ambasciatore,
Amélie Nothomb è una
scrittrice belga di lingua francese che, con dieci milioni di copie
vendute, risulta in questo momento la scrittrice più letta dai giovani
d’oltralpe. Nel suo ultimo romanzo Biografia
della fame (Voland) la
Nothomb esplora la sua passata anoressia che l’aveva
condotta a pesare 32 chili (per un metro e settanta di altezza).
Stefania Vitulli sul
Giornale elenca le sue
parole-chiave tra cui appunto “fame”: «La fame è quello che mi fa fare
tutto, scrivere, amare la vita, leggere, ascoltare la musica, innamorarmi.
È alla base di tutto. So che molta altra gente ha fame. È di sicuro
la qualità umana più diffusa. Ma se tutti hanno fame, io ne ho molta
di più: sono una vera campionessa. E non riesco a immaginare una
fame esclusiva. Se
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Francisco Casavella
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si ha fame di letteratura, la
si avrà di musica, se si ha fame d’amore, la si avrà della scrittura.
Tutti gli appetiti sono collegati e tutti si accompagnano bene l’uno
all’altro. La fame sono io». Biografia
della fame è il tredicesimo romanzo della Nothomb che però assicura
di averne altri quaranta inediti nei suoi cassetti. Si sa che l’anoressia
è una malattia che spesso si rovescia nella bulimia: e la fame di
parole della Nothomb sembra proprio di natura bulimica. Buon appetito.
Un fiume di parole anche per il
romanzo Il giorno del Watusso
del 42enne spagnolo Francisco
Casavella: una trilogia di complessive oltre mille pagine,
pubblicata ora in Italia da Mondadori e presentata da Stelio
Solinas (Giornale)
come un libro cruciale per comprendere la metamorfosi della Spagna
dalla dittatura franchista all’attuale ordine sociale e politico
dominato dal consumismo e dall’affarismo. Scrive Solinas: «Ciò
che rende straordinario Il
giorno del Watusso e ne farà in Italia
un caso come già avvenuto nel suo Paese, è che in esso
le qualità romanzesche non vengono piegate alla dimostrazione
di una tesi o alla pura esemplice ricostruzione storico-politica
di un’epoca. La capacità visionaria dell’autore costruisce infatti
una fluviale rappresentazione di microcosmi… Chi ha negli occhi
certi film del primo Almòdovar, ritroverà quella stessa frenesia
sessuale ed estetica, quella stessa ingordigia di novità, il voler
provare tutto, avere tutto, senza più regole, schermi, steccati.
Ma rispetto al geniale regista spagnolo, Casavella mette nel romanzo
qualcosa di più, ovvero proprio quella dimensione politico-ideologica
nell’altro completamente assente, rigettata quasi facesse parte
di un mondo da dimenticare… Casavella è più lucido e consapevole:
il non voler fare i conti con il franchismo, un atteggiamento
che riguarda anche gli stessi franchisti, è infatti una delle
chiavi del romanzo».
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