E’ uscita l’ennesima antologia della poesia novecentesca La poesia italiana dal 1960 ad oggi , a cura
di Daniele Piccini,
per la BUR, recensita da Roberto Carnero
su L’Unità. Non possiamo
fare a meno di chiederci come mai questa fioritura antologica
per un genere che, si dice, sia poco letto, fioritura peraltro
che non trova, allo stato dei fatti, mai troppe occasioni di convergenza.
Che sia la vicinanza (temporale) con
le opere, come dicono taluni, o la manifestazione di diverse inconciliabili
contiguità come dicono altri (i maligni), il risultato è che aumenta
la confusione. Comunque, tornando all’articolo di Carnero, sul lavoro di Piccini viene espresso un sostanziale
apprezzamento. Piccini propone un «canone ristretto» della più recente
contemporaneità. Questo non riesce ad entusiasmarci: in questa
«voglia
|

Franco Loi
|
|
di canone», troviamo innanzitutto
rischi, pur riconoscendone qualche utilità. Ne riconosciamo l’utilità,
se però ci riferissimo a tempi più ragionevoli di digestione, a maggiori
più pacate distanze storiche, quindi non l’urgenza. Temiamo infatti che il fenomeno possa ascriversi al vizio diffuso
del vorace consumismo che caratterizza questa fase del mercato che
induce a consumare ogni cosa, perfino le più acerbe e indigeste.
In questa che è «l’epoca del gremito», per dirla con Majorino, in
riferimento al gremirsi dei nomi e delle esperienze, che si affollano
all’osservazione senza concedere una ragionevole prospettiva storica.
La soluzione che suggerisce Piccini è quella di operare con
maggior rigore, ma ohimé, il maggior rigore
non può sostituirsi alla prospettiva. Dunque come tutte le molte,
forse troppe antologie, che sono uscite in questi ultimissimi anni,
ricordiamo, oltre a quella di Mengaldo, quella di Cucchi e Giovanardi, quella di Segre ed Ossola, quella di
Loi e Rondoni,
a quella di Lorenzini, anche questa di Piccini, per quanto
frutto di un lavoro certamente rigoroso, non può non prestare il
fianco alle solite critiche.
M.G.
|