La Stampa del 1° aprile ha tradotto il testo con cui, nel bicentenario
della nascita di Andersen, Harold
Bloom ha accolto sul New York
Times il conseguimento del premio intitolato al celebre
scrittore danese. Bloom di cui La
Stampa richiama l’appartenenza al decostruzionismo
americano, ispirato alle teorie di Derrida,
in effetti qui non viene meno all’idea di una critica che sia
«incontro della letteratura con la vita» e staglia la figura di
Andersen in termini tali da reggere benissimo il titolo apposto
al suo scritto: «erotica ossessione». In primo luogo, precisa
Bloom, non confondiamo Andersen
con il «garbato sognatore» di un noto film hollywoodiano interpretato
da Danny Kaye. Occorre
ricordarsi invece che fu povero, figlio di ciabattino, che non
ebbe mai una casa né un amore stabile, che le sue tendenze sessuali
|

Hans Christian Andersen
|
|
erano confuse, piuttosto autoerotiche.
Il titolo di una delle sue autobiografie, La favola della mia
vita, sostiene Bloom, è «emblematico
di quanto sia stato doloroso per lui emergere dalla classe operaia
danese del primo ottocento». Voleva prima di tutto «guadagnare onori
e fama» e scrisse di tutto: racconti, reportage, poesie, teatro
e naturalmente favole.
Nelle favole fondeva la vita comune con il soprannaturale
in modo solo apparentemente facile (per esempio, incarnava la sua
frustrazione e ossessione sessuale nelle streghe, nelle gelide seduttrici
e nei prìncipi androgini). Il suo microcosmo animistico, dove gli
oggetti erano veramente tali ma anche soggetti dotati di desideri
e terrori (Bloom dice di amare in particolare un breve racconto di questo
tipo, Il colletto, dove il colletto protagonista continua
a proporsi in matrimonio ma viene rifiutato
sistematicamente da una giarrettiera, da un ferro da stiro, da una
forbice e da un pettine, finché finisce tra i materiali di una cartiera:
«Ed ecco quello che accadde… il colletto si trasformò proprio nel
pezzo di carta che state osservando, quello su cui è
scritta questa favola»), il suo microcosmo esprimeva la sua bipolarità:
cristiano dichiarato, ma poi «pagano narcisistico che adorava il
Fato, ai suoi occhi una divinità sadica»; in Danimarca
uomo «vulnerabile e ossessionato da una supposta sottovalutazione»
da parte dei concittadini, ma poi all’estero
figura di spettacolo, girovago, celebrità internazionale.
Un monumento al narcisismo, che era «in grado
di dire e immaginare qualsiasi cosa e allo stesso tempo di dimenticare
le conseguenze pratiche delle sue narrazioni».
A.S.
|