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Newsletter n.3 Maggio/Giugno 2005

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Franco Cavallo, un poeta giocoso e adamantino

Se n’è andato qualche giorno fa Franco Cavallo, poeta tra i maggiori della sua generazione. Insisteva a dire che non avrebbe accettato di vivere meno di centocinquantotto anni, e nella sua cabala giocosa e paradossale la cifra assumeva metafora di esorcismo fumista e di certezza adamantina. Un esorcismo che non gli è purtroppo bastato, come non gli è bastato risiedere a due passi dalla grotta della Sibilla Cumana, nel confronto serrato con la gelida Comare che in pochi mesi strazianti lo ha divelto dal nostro affetto e dalla nostra lunga fraternità letteraria, la cui prova più tangibile resta l’antologia curata a quattro mani nel 1989 (Poesia italiana della contraddizione).



Franco Cavallo

Franco è stato un vivacissimo animatore di cultura (si vedano le riviste da lui fondate e dirette: Altri Termini e Colibrì) e un poeta al tempo stesso sottile e denso, trasparente e carico di enigma. Oltre che dal suo temperamento di straordinario lirico refoulé in cui si mescolava un acuminato bricoleur invettivale, tutto ciò gli veniva dalla sua amorosa frequentazione di certi grandi poeti francesi (Corbière, Reverdy, Jacob) da lui splendidamente tradotti. Dopo una permanenza romana, dal 1971  aveva scelto di abitare a Cuma, “in campagna” come amava dire. Ma il suo era un isolamento attivo, da intellettuale sommerso dotato di una serie di periscopi variamente calibrati, come stanno a testimoniare i suoi numerosi interventi teorici, critici, polemici, e soprattutto la sequenza dei suoi bellissimi libri di poesia: Fétiche (1969), I nove sensi (1971), Flusso (1976), Frammentazioni (1978), Ziggurat (1978), L’alfabeto dei numeri (1981), fino all’antologico L’animale anomalo (1992) e ai successivi che sempre più segnano la scelta destinale del poeta, il quale dice esattamente di sé, in Autodizionario degli scrittori italiani di Felice Piemontese (Leonardo, 1989): “Anomalo nella vita, anomalo in letteratura, Franco Cavallo ha somatizzato un certo modo di vivere la marginalità e la lateralità che gli è diventato quasi uno status biologico, una maniera di essere nel profondo. Si legge in una sua dichiarazione teorica:Considero il lavoro del poeta come un infinito vagabondaggio attraverso le forme estetiche, un flusso pressoché ininterrotto mediante il quale egli, calandosi nel corpo vivo del linguaggio, realizza se stesso e la propria opera, in una prospettiva di costante mutazione e permutazione, e di continuo scavo nel reale, nei cui strati più profondi il linguaggio si nasconde come una talpa e scava invisibili gallerie sotterranee’”.

Uno dei doni più misteriosi del versus brevis di Cavallo è la capacità di dilatarsi e distendersi fino a divorare senza ingordigia il bianco della pagina. Voglio dire che esso è davvero una creatura spaziale, di specie aerea e volàtile: a dispetto, anche, del suo peso tàttile, della sua fisicità, della sua concretissima energia tensiva. Al suo meglio, Cavallo possedeva – senza indulgere a un facile gioco di parole – natura di centauro: nel senso che la sua poesia è al tempo stesso perdutamente animale e inafferrabilmente “angelica”. E tuttavia, nella sua innocenza nutrita di squisiti cinismi stilistici non c’è ombra di gusto atmosferico, proprio perché il poeta non si identifica mai col pathos della propria voce, non sublima le pulsioni del proprio sacro ombelico come càpita ai lirici di maniera, ma al contrario procede con nonchalance acrobatica (e, quando necessario, con levità clownesca), quasi facendo spallucce, su una serie di percorsi sguinci e imprevedibili, a velocità variamente accelerate. Ecco: è appunto nella velocità – e nel ritmo, quindi – che la poesia cavalliana trova uno dei suoi punti di forza nevralgici. Si tratta di caratteri marcatamente linguistici, capaci di contrarre seccamente la sintassi, o – a scelta – di renderla liquida e espansa, mettendo sistematicamente in scacco qualsiasi tentazione psicologistica. L’io di Cavallo è irrimediabilmente plurale, il soggetto si mimetizza indossando abiti numerosi di malinconia mai “vissuta” direttamente nella scrittura ma costantemente riferita agli oggetti, alle figure, agli attrezzi, alle scenografie del suo irridente/straziato thèatron fantasmagorico; oppure vestendo panni da fool malandrino, da lacerato folletto del presente e della memoria. Si vuol dire che la poesia di Cavallo è due volte straniata: la prima volta in virtù della sua scelta di fondo, centrata su un’ottica obliqua e strabica; la seconda, in virtù del suo continuo rovesciarsi nel proprio contrario.     

Cavallo è stato davvero, nella sua tarda stagione, “un uomo solo in mezzo alla scrittura”, come egli stesso dice di sé in Commentando un’opera di Michele Perfetti: sapendo benissimo che il gioco della lingua è un altro degli aspetti del tragico cui è impossibile sottrarsi. L’allitterazione e la paronomasia sono sempre più, in questa poesia, figure dell’esistere considerato come sistema ripetitivo con varianti minime. Ormai il riso sfiora la tragedia, e viceversa. Sillaba amaramente il poeta, in un passo desolato di Nuove Frammentazioni (1999): “è il mare che bussa / alla porta dell’assente – e c’è una / tristezza frammista / a olio & catrame. / il sole esce di pista. / e la nottilùca chiama: / voce chiara e distinta / nella sera che s’oscura. / non c’è dunque un futuro. / non è rimasto più niente. / solo un brusìo che si spegne. / solo qualcuno che si pente”. Così, la vitalità del linguaggio che ha alimentato tutto l’ammirevole arco della poesia di Franco, e ha dato belle prove di sé anche in libri di prosa narrativa sulfurea e bruciante (La forma buia del vento; Le memorie del professor Zarathustra; Racconti volanti) risulta allora, in tutta la sua frenetica, allergica “allegria” , soprattutto la lucida, tersa testimonianza di uno scacco, di un generale naufragio.


                                                                                    Mario Lunetta