La presenza alla Fiera del libro di Torino e la pubblicazione
da Einaudi del suo romanzo
La porta («un piccolo gioiello di letteratura europea»)
del 1987 danno occasione a Marina Gersony
di schizzare, sul Giornale del 29 aprile, un veloce profilo
«della più grande scrittrice ungherese contemporanea», divenuta
internazionalmente nota alla fine degli anni cinquanta con il
romanzo Affresco, quando venne pubblicato in Germania per
intermediazione di Herman
Hesse. In Italia uscì poi, nel 1964, da Feltrinelli L’altra Ester.
In verità il profilo, che si apre e recidivamente
si chiude con una metafora da supermercato («un’energia da far
invida a una pila duracell» - una volta
tale platitude era detta spirito
di patata) non racconta molto di più di quel che racconterebbe
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Magda
Szabó
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uno scarno curriculum vitae di una maneggevole enciclopedia
eurocentrica (s’intende l’Europa occidentale
più gli Usa, of course): nata a
Debrecen nel 1917 da «famiglia importante»,
autrice di numerosi romanzi, drammi e poesie, poliglotta, ma perseguitata
dal regime comunista perché appartenente a un circolo di giovani
poeti considerati «alieni», in quanto non scrivevano di operai e
contadini. «Una vita la sua che ha visto
crollare l’Impero asburgico
e approdare l’Ungheria in Europa; e, in mezzo, di cotte e di crude:
i sovjet [sic!] di Béla Kun,
il terrore bianco dell’ultranazionalista Miklós
Horthy e poi la Pace di Trianon,
con il territorio ungherese ridotto di un terzo». In realtà
il Trattato del Trianon, nell’ambito della
Pace di Versailles, che venne prima di Horthy,
ridusse il territorio ungherese a un terzo
della dimensione precedente (l’Ungheria perse la Transilvania, la
Slovacchia e la Croazia) e comunque Magda
Szabó non deve averne saputo nulla,
con i suoi più o meno due anni, pur in una infanzia non florida.
Circa trentenne all’avvento del socialismo reale, fu effettivamente
messa al bando (nel 1949) come appartenente alla cerchia di una
rivista che si chiamava Novilunio, cerchia che scelse il
silenzio come esilio interno. Fino al 1959, quando invece comincia il
ritorno al pubblico e, per Magda Szabó, arriva il successo
di Affresco.
Ma questo e il resto Gersony non
è riuscita a trarlo dall’«involontario
europanto (mix di ungherese, tedesco, latino e quant’altro)» con cui, a suo dire, le ha parlato la scrittrice
ungherese. Lo testimonia anche la strana traduzione («La caserma
più felice di tutti gli accampamenti») di una ripetuta autodefinizione
del socialismo reale ungherese: «La più allegra baracca di tutto
il lager» comunista.
Arroganza eurocentrica? Destino
delle periferie (geografiche)?
A.S.
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