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Newsletter n.3 Maggio/Giugno 2005

Magda Szabó


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Quando l’Ungheria socialista era una “caserma felice”

La presenza alla Fiera del libro di Torino e la pubblicazione da Einaudi del suo romanzo La porta («un piccolo gioiello di letteratura europea») del 1987 danno occasione a Marina Gersony di schizzare, sul Giornale del 29 aprile, un veloce profilo «della più grande scrittrice ungherese contemporanea», divenuta internazionalmente nota alla fine degli anni cinquanta con il romanzo Affresco, quando venne pubblicato in Germania per intermediazione di Herman Hesse. In Italia uscì poi, nel 1964, da Feltrinelli L’altra Ester.

In verità il profilo, che si apre e recidivamente si chiude con una metafora da supermercato («un’energia da far invida a una pila duracell» - una volta tale platitude era detta spirito di patata) non racconta molto di più di quel che racconterebbe



Magda Szabó

uno scarno curriculum vitae di una maneggevole enciclopedia eurocentrica (s’intende l’Europa occidentale più gli Usa, of course): nata a Debrecen nel 1917 da «famiglia importante», autrice di numerosi romanzi, drammi e poesie, poliglotta, ma perseguitata dal regime comunista perché appartenente a un circolo di giovani poeti considerati «alieni», in quanto non scrivevano di operai e contadini. «Una vita la sua che ha visto crollare l’Impero asburgico e approdare l’Ungheria in Europa; e, in mezzo, di cotte e di crude: i sovjet [sic!] di Béla Kun, il terrore bianco dell’ultranazionalista Miklós Horthy e poi la Pace di Trianon, con il territorio ungherese ridotto di un terzo». In realtà il Trattato del Trianon, nell’ambito della Pace di Versailles, che venne prima di Horthy, ridusse il territorio ungherese a un terzo della dimensione precedente (l’Ungheria perse la Transilvania, la Slovacchia e la Croazia) e comunque Magda Szabó non deve averne saputo nulla, con i suoi più o meno due anni, pur in una infanzia non florida. Circa trentenne all’avvento del socialismo reale, fu effettivamente messa al bando (nel 1949) come appartenente alla cerchia di una rivista che si chiamava Novilunio, cerchia che scelse il silenzio come esilio interno. Fino al 1959, quando invece comincia il ritorno al pubblico e, per Magda Szabó,  arriva il successo di Affresco.

Ma questo e il resto Gersony non è riuscita a trarlo dall’«involontario europanto (mix di ungherese, tedesco, latino e quant’altro)» con cui, a suo dire, le ha parlato la scrittrice ungherese. Lo testimonia anche la strana traduzione («La caserma più felice di tutti gli accampamenti») di una ripetuta autodefinizione del socialismo reale ungherese: «La più allegra baracca di tutto il lager» comunista.

Arroganza eurocentrica? Destino delle periferie (geografiche)?



                                                                                               A.S.