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Negli anni ottanta – afferma Esterházy
parlando degli scrittori e dei fenomeni culturali in genere – abbiamo contrastato, «con spirito postmoderno, il pensiero
gerarchico» servendoci del relativismo. Ma era l’epoca dell’allegria,
dell’edonismo reaganiano, del «tempo bloccato», quando cioè «tutto andava, ma senza che nessuno
sapesse (né voleva sapere) cosa effettivamente accadeva». Oggi invece
la stessa parola «Europa» procura «irritazione», perché il suo contenuto
burocratico ha trasformato tutto in un gioco di ruoli: si partecipa
ma «non è richiesto che si dica qualcosa». Ciascuno, anche
le rispettive società, devono recitare la propria parte, ma basta. Il fatto è però
che «gli scrittori possono esprimere solo il punto di vista di una
società», quindi in tale situazione di silenzio, tacciono. Mentre
sarebbe necessario che parlassero, perché la costruzione del nuovo
modello d’Europa si basa sulla libera presenza attiva delle culture,
ciascuna diversa e viva, nella ormai avvenuta globalizzazione
economica.
In particolare, nella regione europea centro-orientale c’è
da elaborare «il nodo del passato». Adesso si finge di poter ricominciare
quasi da zero, come se quel passato fosse accaduto ad altri «oppure,
se proprio eravamo noi, quei “noi” sono stati
solo povere vittime», senza nessuna responsabilità. Questo
è l’autoinganno di destra. Quello di sinistra
afferma invece che quel passato era legittimo, seguiva la legge storica, e quindi era giustificato, ma dimentica
di dire che era fatto di menzogne.
Per
l’autore di Harmonia Caelestis (che
possiamo leggere anche come un romanzo familiare europeo) dunque
l’Europa è un problema culturale, di sviluppo culturale
in senso pieno, e assai complesso.
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