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Newsletter n.3 Maggio/Giugno 2005

Esterházy


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No all’Europa burocratica, sì allo sviluppo culturale dell’Europa

Sul n.83 (gennaio-marzo 2005) di Lettera internazionale lo scrittore ungherese Pèter Esterházy interviene sul tema Europa rispondendo alle domande di Beatrice Töttössy e Alberto Scarponi. Il punto di partenza del suo ragionamento è che occorre «un nuovo modello europeo» e per costruirlo è necessario abbandonare i «riflessi antichi» per cui riusciamo a immaginare l’Europa soltanto come «un immenso stato-nazione». Forse ci aiuterà una metafora, dice Esterházy: «l’immagine dell’Europa come figura geometrica». Questo ci permetterebbe di pensare a uno spazio europeo entro cui possano avere  libera espressione e vita  le mille differenze culturali (per esempio: «l’altro tempo» e ritmo usati dagli europei orientali rispetto all’occidente, i quali inoltre «con le stesse parole» degli occidentali intendono cose diverse).



Peter Esterházy

Negli anni ottanta – afferma Esterházy parlando degli scrittori e dei fenomeni culturali in genere – abbiamo contrastato, «con spirito postmoderno, il pensiero gerarchico» servendoci del relativismo. Ma era l’epoca dell’allegria, dell’edonismo reaganiano, del «tempo bloccato», quando cioè «tutto andava, ma senza che nessuno sapesse (né voleva sapere) cosa effettivamente accadeva». Oggi invece la stessa parola «Europa» procura «irritazione», perché il suo contenuto burocratico ha trasformato tutto in un gioco di ruoli: si partecipa ma «non è richiesto che si dica qualcosa». Ciascuno, anche le rispettive società, devono recitare la propria parte, ma basta. Il fatto è però che «gli scrittori possono esprimere solo il punto di vista di una società», quindi in tale situazione di silenzio, tacciono. Mentre sarebbe necessario che parlassero, perché la costruzione del nuovo modello d’Europa si basa sulla libera presenza attiva delle culture, ciascuna diversa e viva, nella ormai avvenuta globalizzazione economica.

In particolare, nella regione europea centro-orientale c’è da elaborare «il nodo del passato». Adesso si finge di poter ricominciare quasi da zero, come se quel passato fosse accaduto ad altri «oppure, se proprio eravamo noi, quei “noi” sono stati solo povere vittime», senza nessuna responsabilità. Questo è l’autoinganno di destra. Quello di sinistra afferma invece che quel passato era legittimo, seguiva la legge storica, e quindi era giustificato, ma dimentica di dire che era fatto di menzogne.

Per l’autore di Harmonia Caelestis (che possiamo leggere anche come un romanzo familiare europeo) dunque l’Europa è un problema culturale, di sviluppo culturale in senso pieno, e assai complesso.