A ottant’anni è morto a Milano Raffaello Baldini,
ritenuto dalla critica una delle figure più significative della
poesia italiana nonostante la (o forse a causa della) sua scelta
di scrivere in dialetto “santarcangiolese” (Baldini era appunto
nato a Santarcangelo
di Romagna nel novembre del 1924). Aveva debuttato tardivamente
a cinquant’anni suonati col volume E’ solitèri (’76), cui
erano seguite le raccolte in versi La
Nàiva (’82), Furistír (’88), Ad
nòta (’95). Aveva poi pubblicato per Einaudi Intercity
(2003). Baldini negli ultimi anni si era anche dedicato al
teatro, scrivendo sempre in dialetto alcuni monologhi interpretati
dall’attore Ivano Marescotti. Commemorandolo Franco Brevini
ha osservato:
|

Raffaello Baldini
|
|
«I suoi libri sono gremiti dei fantasmi dell’uomo contemporaneo,
a cominciare dal contrasto tra il bisogno di appaesamento, di radicarsi
e di riconoscersi in una realtà identificata, e all’opposto la coscienza
della sua impossibilità. Forse proprio per questo Baldini aveva
scelto di scrivere in dialetto, un romagnolo difficile, ma originalissimo,
che lo apparenta alla cosiddetta scuola di Santarcangelo,
a Guerra, a Pedretti, a Fucci, grazie ai quali il piccolo centro
del riminese si è conquistato un posto nella geografia letteraria
del Novecento… Per un suo irriducibile pudore, ma anche assecondando
un carattere tipico del proprio strumento, a dire io nelle sue poesie
non è una figura riconducibile al profilo psicologico del poeta,
ma una serie di individui che trascinano le loro esistenze tra senso
di colpa e assurdo, tra Kafka e Beckett. Non c’è la voce, ma il
coro».
|