Su Kertész, al momento in cui ricevette il Premio
Nobel nel 2002, circolò la voce che fosse un uomo d’un solo romanzo,
Essere senza destino.Adesso che sono stati tradotti in
italiano, sappiamo che aveva già pubblicato anche altri libri
(ma in Ungheria, nella lontananza, per noi provinciali, di una
lingua cosiddetta “minore”, come d’altronde per altri è l’italiano).
Un ultimo suo romanzo
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Imre Kertész
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è uscito di recente da Feltrinelli: titolo Liquidazione
(pp. 136) e narra il suicidio di uno scrittore quarant’anni dopo
Auschwitz e l’indagine del suo editore che vuol capire.
Nell’occasione la Repubblica del 9 marzo ha presentato
una bella intervista che Vanna Vannuccini ha fatto a Kertész
a Berlino, dove egli vive, forse sentendosi più a casa nella Germania
che gli ha dato, non solo l’opportunità di essere conosciuto, in
traduzione, dal mondo intero, ma anche – sostiene Vannuccini
– il suo “tema”. Che si riassume in una parola, Auschwitz, e significa
che «nel mondo del lager», dove diviene unico valore la nuda vita,
la cultura si annienta. Né serve granché illudersi guardando con
speranza alle società libere (la delusione indusse Primo Levi,
Jean Améry, Paul Celan al suicidio). Giudizio di Kertész
è che «le radici di Auschwitz siano in un ambiente culturale che
era europeo e cristiano». In quel luogo «i valori europei» sono
crollati, perché «le sue radici sono nel nostro modo di vivere,
come le dittature del ventesimo secolo. Nessuno è innocente». Né
«dopo Auschwitz» è successo nulla che l’abbia contraddetto. «Abbiamo
aspettato invano una catarsi», cioè una identificazione di noi stessi
con la storia europea e questo suo esito. Ma dopo il 1945 «per quarant’anni
l’Europa occidentale è vissuta come un bambino viziato, senza responsabilità»,
c’era la guerra fredda, per cui «agli europei non restava che fare
un po’ di cultura, diventare sempre più ricchi e coltivare dei bei
sogni». Ora «il collasso dell’Unione Sovietica ha scosso anche l’Europa
occidentale», ma deve far pensare che, in taluni casi, «sia così
automatico che quando ci sono meno soldi in tasca, quando vivere
diventa più difficile, ci si attacca ai simboli nazisti». È un segno,
anche se Kertész non crede «che l’Europa possa tornare alla
dittatura. E questo è stato provocato dall’Olocausto. Nel consenso
politico occidentale l’Olocausto ha preso un posto che non può essere
ignorato o rimosso». È un simbolo negativo e in quanto tale fa da
diga. La catarsi però non c’è stata.
A.S.
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