Critico ubiquo Ermanno Paccagnini, prendendo spunto
dall’imminente uscita del romanzo I prati di Sara di Iva
Zanicchi, indaga in un paginone sul Giornale il fenomeno
dilagante, tracimante dei cantanti che diventano romanzieri, narratori,
giallisti, poeti, polemisti, diaristi, favolisti e quant’altro,
e che contando sulla propria audience musicale pubblicano un profluvio
di libri. L’elenco che stila Paccagnini è in effetti diluviale:
da Max Gazzè a Mango, da Nada (Malanima)
a Manuel De Sica, da Morgan (ex Bluvertigo) a Enrico
Ruggieri, da Davide Van de Sfroos (cantautore in dialetto
lombardo, idolatrato dai leghisti padani) a Roberto “Freak”
Antoni (ex Skiantos), dal cantante-comico Flavio Oreglio
a Federico Fiumani (dei Diaframma), da Don Backy
al suo ex capo clan Adriano Celentano (autore di due
libri: Il paradiso è un cavallo bianco che non suda mai
e Il re
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Ermanno Paccagnini
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degli ignoranti), da Francesco Guccini a Jovanotti,
da Claudio Lolli a Gianfranco Manfredi, da Ligabue
a Vinicio Capossela, da Rocco Fortunato (vocalist
dei Miss Daisy) a Fabrizio De Andrè, da Vasco Rossi a
Elio e le Storie Tese, da Roberto Vecchioni a Lucio
Dalla, da Emidio “Mimì” Clementi (leader dei Massimo
Volume) a Oskar Giammarinaro (degli Statuto), sino al caso
emblematico di Giorgio
Faletti, attore-cantante tramutatosi in autore di thriller di
vastissimo successo. Il giudizio di Paccagnini sembra riassunto
nel titolo della sua articolessa: Cantano e scrivono libri. Ma
non chiamateli scrittori. Che sia o meno una moda resta il fatto che i “cantanti
che scrivono” assai spesso, grazie al cortocircuito mediatico coi
loro fans, vendono molti più libri degli scrittori “veri”. E in
un epoca di mercato languente è ovvio che siano appetiti e ricercatissimi
dagli editori. Ed è così che prospera questa sorta di super-Festival
di Sanremo della (sub)letteratura. Un fenomeno di sociologia della
cultura di massa da non sottovalutare.
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