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Newsletter n.2 Aprile 2005

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Dal disco al libro: oggi non c’è cantante che non voglia essere anche scrittore

Critico ubiquo Ermanno Paccagnini, prendendo spunto dall’imminente uscita del romanzo I prati di Sara di Iva Zanicchi, indaga in un paginone sul Giornale il fenomeno dilagante, tracimante dei cantanti che diventano romanzieri, narratori, giallisti, poeti, polemisti, diaristi, favolisti e quant’altro, e che contando sulla propria audience musicale pubblicano un profluvio di libri. L’elenco che stila Paccagnini è in effetti diluviale: da Max Gazzè a Mango, da Nada (Malanima) a Manuel De Sica, da Morgan (ex Bluvertigo) a Enrico Ruggieri, da Davide Van de Sfroos (cantautore in dialetto lombardo, idolatrato dai leghisti padani) a Roberto “Freak” Antoni (ex Skiantos), dal cantante-comico Flavio Oreglio a Federico Fiumani (dei Diaframma), da Don Backy al suo ex capo clan Adriano Celentano (autore di due libri: Il paradiso è un cavallo bianco che non suda mai e Il re


Ermanno Paccagnini

degli ignoranti), da Francesco Guccini a Jovanotti, da Claudio Lolli a Gianfranco Manfredi, da Ligabue a Vinicio Capossela, da Rocco Fortunato (vocalist dei Miss Daisy) a Fabrizio De Andrè, da Vasco Rossi a Elio e le Storie Tese, da Roberto Vecchioni a Lucio Dalla, da Emidio “Mimì” Clementi (leader dei Massimo Volume) a Oskar Giammarinaro (degli Statuto), sino al caso emblematico di Giorgio Faletti, attore-cantante tramutatosi in autore di thriller di vastissimo successo. Il giudizio di Paccagnini sembra riassunto nel titolo della sua articolessa: Cantano e scrivono libri. Ma non chiamateli scrittori. Che sia o meno una moda resta il fatto che i “cantanti che scrivono” assai spesso, grazie al cortocircuito mediatico coi loro fans, vendono molti più libri degli scrittori “veri”. E in un epoca di mercato languente è ovvio che siano appetiti e ricercatissimi dagli editori. Ed è così che prospera questa sorta di super-Festival di Sanremo della (sub)letteratura. Un fenomeno di sociologia della cultura di massa da non sottovalutare.