Su il Giornale del 5 marzo intervista a Andrea
De Carlo. Domande insipide e talora persino improbabili, quindi
la tentazione di mollare lì. Per esempio: «In letteratura, che
ruolo deve avere la parola?». L’interrogante sembra un ragazzino
nell’età del “perché”. Quando diviene un pascoliano fanciullino
e tocca, di striscio, una questione che è una questione («A cosa
serve la letteratura?» – ha dimenticato di aggiungere «oggi»,
ma tant’è...), ci pensa De Carlo stesso a vagare nel tutto-nulla:
«A rappresentare la realtà o a mettere in gioco l’immaginazione,
a porre domande, a esercitare una critica, a capire, a fuggire
dalla dimensione in cui sei
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Andrea De Carlo
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per esplorarne altre». Poi, di colpo, tutto sembra diventare
chiaro: l’interrogante è palesemente uno che vuole andare a scuola
di scrittura creativa e domanda se andarci serve a qualcosa. Lo
scrittore, che a quel punto dev’essere disperato, cerca di stopparlo:
«No. Sono delle piccole fabbriche di illusioni», la creatività non
s’insegna, nemmeno quella occorrente per fare le domande.
Laddove si dimostra che anche concedere interviste è, per
uno scrittore, una “questione di stile” (espressivo). Va da sé,
poi, che le scuole di scrittura creativa sono tema complicato, che
meriterebbe domande e risposte assai articolate.
A.S.
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