Su il Manifesto del 9 marzo Benedetto Vecchi
dà un resoconto del volume Free culture (Apogeo, pp. 302)
di Lawrence Lessig, il professore di diritto alla Stanford
University che ha dato avvio a una corrente di pensiero diffusasi
nelle università americane come “marxlessighismo”, quasi fosse
un ritorno al passato spirito rivoluzionario. Infatti sia i liberals
che i neocons statunitensi considerano Lessig un
terribile radical, ma solo perché egli si dedica a «contrastare
gli “estremisti” della proprietà intellettuale, in nome della
“cultura libera”». [Naturalmente va puntualizzato che tali «estremisti»
oggi sono ormai grandi imprese editoriali (di musica, fiction,
film, libri, ecc.) e assai meno gli autori veri e propri.] Egli
dunque intende opporsi al «potere monopolistico sulla cultura»,
senza peraltro
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Lawrence Lessig
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la minima intenzione di mettere in forse né la proprietà
privata né i rapporti di produzione capitalistici, che anzi interpreta
come la base della democrazia americana. Semplicemente, gli pare
feudale l’eccesso nell’uso del copyright. [Non sarà
fuori luogo ricordare che c’è differenza fra “diritto d’autore”
e copyright e che le imprese possono gestire unicamente quest’ultimo,
senza mai possedere il primo, anche se di norma fingono di non saperlo.]
La proposta di Lessig allora una linea di compromesso: usare
«license creative commons», che riconoscono il diritto d’autore,
ma lasciando un certo spazio alla libertà di uso creativo da parte
dei fruitori delle opere. Questa formula mira cioè a bilanciare
«le istanze di protezione dei creatori e quelle di accesso della
comunità». Benedetto Vecchi inoltre informa che esiste anche
un sito italiano di tale movimento. All’indirizzo indicato (www.creativecommons.org) si trovano
consigli giuridici opportuni e si apprende che sostenitore dei commoners
è anche il dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di
Torino.
A.S.
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