Sarebbe
riduttivo ascrivere il nuovo libro di Celati La
Fata Morgana, al genere fantasy,
almeno a quello che di solito interpreta un diffuso e spesso disimpegnato
desiderio di evasione, esso infatti ci sembra si ponga in maniera del
tutto diversa.
Celati,
utilizzando le sue facoltà immaginative ed affabulatorie, scrive
di un misterioso popolo: i Gamuna, che hanno un particolare rapporto
con il reale, non antropocentrico,
tanto da considerarlo come una sorta di miraggio, come
un rosario di illusioni da cui si lasciano
passivamente cullare,
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Gianni Celati
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sprofondando
nell’incanto del “ta”, del qui ed ora, senza mai alterare in nulla
l’andamento naturale delle cose. Immaginazione e realtà come due
specchi complementari, riecheggiando il concetto vichiano, che attribuisce
alla fantasia un ruolo costitutivo dell’intelligenza, fino a farla
coincidere con la memoria. Il
superamento dell’atteggiamento critico, paradossalmente, dovrebbe
essere una risorsa capace di divenire liberatorio e pacificato strumento
di interpretazione.
Lo
stesso Celati, in un suo intervento su L’Unità,
fornisce alcune chiavi di lettura riprendendo alcuni spunti, a cominciare
da Vico. L’autore ribadisce che l’impostazione
del romanzo è etnografica, quindi suggerisce linee di pensiero attente
ai diversi percorsi culturali, piuttosto che antropologica. Dunque
un percorso più attento alle differenze, nel panorama impoverito
della globalizzazione, piuttosto che alle scontate rassomiglianze,
e questo, oltre ad essere un suggerimento filosofico, crediamo voglia
avere un valore anche politico.
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