Alberto Arbasino con il suo ultimo libro (Marescialle e Libertini,
Adelphi) riceve su il Giornale di venerdì 4 marzo l’attenzione
di un’intera pagina. A dire il vero la critica al testo, di mano
di Plinio Perilli, fa solo da accompagnamento, nel suo
taglio basso, a una grande intervista di Caterina Soffici
allo scrittore. In effetti l’interesse della pagina dedicata ad
Arbasino è rivolto più alla sua icona che ai suoi discorsi. I
quali discorsi (che in quest’ultimo caso concreto si presentano,
secondo il recensore, come «un ennesimo, zigzagante centone...
anzi armonioso o dissonante feuilleton di madrigalesca,
jazzizzata, operistica o dodecafonica Storia delle Idee») appunto
interessano all’intervistatrice solo perché lui «forse è uno dei
pochi scrittori italiani che
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Alberto Arbasino
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riesce a mettere d’accordo la destra e la sinistra». Nel
senso che volando alto «su un paesaggio popolato di zombi... si
tiene al di sopra delle parti». Sarebbe cioè un impolitico, come
piace alla destra. Anche se, nota con lucidità l’intervistatrice,
è vero che scrive indifferentemente per Il Foglio e per la
Repubblica, «però bombarda i giornali di letterine o piccoli
rap, aforismi, battute e ragionamenti episodici che danno
la misura del suo distacco dal mondo [di oggi] e al tempo stesso
della sua attualità». Appropriata quindi la registrazione dell’idea
di Arbasino che la gerarchia dei generi sia «stupida» e «imposta»,
per cui, essendo che gli « inteventi politici e civili non solo
non piacciono ai giornali, ma sono una forma che rischia di apparire
di un illuminismo démodé», gli sembra più efficace evitare
quelle «prediche delle quali il lettore si stufa dopo cinque righe»
e tenersi sul breve. Resta dunque un osservatore attento e sdegnato,
per quanto «sornione», della volgarità dei tempi. Chissà, a suo
modo è un engagé, un politico (ahi!) comunque.
«Ma questa Italia è davvero così brutta? “Io sono un antropologo
e come tale non sono né ottimista né pessimista. Osservo”.» Elegantemente
l’intervista termina qui.
A.S.
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