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Intervista
in vena di revisionismo quella data al Corriere della Sera dal filosofo
catanese Manlio Sgalambro, noto sodale del cantautore Franco Battiato,
che si scaglia contro l'idea che la Sicilia si debba e si possa
interpretare attraverso "la griglia mafiosa". Così,
chiede che si lasci perdere l'autore del Giorno della civetta: "Leonardo
Sciascia era lo scrittore civile, un maestro di scuola che voleva
insegnarci le buone maniere sociali.
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Leonardo Sciascia
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Ma rivisitarlo oggi è come rileggere Silvio Pellico. La sua
funzione si è esaurita Sciascia non ci serve più. Occorre
una nuova riflessione, un'altra coscienza siciliana". E ancora:
"La Sicilia detesta la sua storia, la subisce come un fastidisoso
rumore. Il delitto così o cosà, il superboss e il pentito
impiccato. Qual è la vostra Sicilia? Tomasi di Lampedusa o
Provenzano?". Per il filosofo "la mafia è un concetto
astratto, e gli astratti si distruggono con la logica, non con la
polizia". La "provocazione" di Sgalambro solleva varie
reazioni. Claudio Fava, figlio del giornalista-scrittore Pippo Fava,
assassinato dalla mafia, dice che Sgalambro è uno di quegli
"intellettuali alla granita" che fanno scena, ma non accettano
di "sporcarsi le mani con la verità delle cose".
Valter Vecellio rammenta le denunce di Sciascia contro i "professionisti
dell'antimafia" e la sua battaglia coerente in favore del garantismo.
Il più duro e ironico è Vincenzo Consolo che dice: "Peccato
che l'intreccio tra mafia e politica sia più saldo che mai,
con metà dei deputati regionali inquisiti. Peccato che in Sicilia
si continui ad uccidere. Ma Sgalambro non se ne accorge. Forse perché
vive in una torre d'avorio, tutto intento a coltivare la filosofia
e le canzonette". Forse per chiudere la polemica, si potrebbe
chiedere, a questo punto, a Battiato di scrivere una canzone sulla
mafia.
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