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Si
è spento a novant'anni, dopo settant'anni di operosissima
vita artistica, il poeta fiorentino Mario Luzi, che era stato nominato
pochi mesi fa senatore a vita della Repubblica. Decano delle lettere
italiane dalla prima raccolta in versi La barca (1935) sino
all'ultimo libro Dottrina dell'estremo principiante (2004),
Luzi ha incarnato, fin dalla prima stagione dell'ermetismo, con
coerente tenacia e alta qualità l'idea di una scrittura poetica
di forte impianto lirico che s'interroga sulle
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Mario Luzi
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domande fondamentali dell'esistenza umana e della natura delle cose,totalmente
permeata da una visione cristiana dell'amore pronta però a
immergersi nel "fuoco della controversia". Per Andrea Zanzotto
(Corriere della Sera), la poesia di Luzi "dopo i primi
libri
s'è caratterizzata come una forma di orfismo di
derivazione ermetica
(egli) si rivela grande poeta della campagna,
grandissimo poeta del paesaggio e del dramma che la natura porta con
sé e dell'uomo che vive in questa dimensione". Dario Fo
(Messaggero) sottolinea che "il senatore Luzi ha vissuto
in pieno il ruolo che la Repubblica gli ha conferito, dandogli l'importanza
che merita. Ha ascoltato, ha parlato. Con la lucidità critica
dell'intellettuale, con la parola fuor dai denti dei toscani, con
il preciso intento di essere cittadino fra i cittadini, ma con una
responsabilità e dei doveri speciali". Secondo Alberto
Asor Rosa (Repubblica) "Il tratto che colpisce di più
è innanzitutto la sua fedeltà alle ragioni della 'parola
poetica', anche quando sembrava che ciò fosse ormai risolutamente
e definitivamente fuori dal tempo". Sullo stesso quotidiano,
Alberto Arbasino ricorda un viaggio fatto insieme nella Cina delle
Guardie Rosse: "Non ci si annoiò per un attimo, fra quelle
attese e trasferte interminabili. Luzi - sobrio, scabro, mai stracco,
privo di bisogni elementari nel suo irsuto cappotto - lo paragonavamo
ai più resistenti cammelli d'altopiano o pianura. Ma la sua
conversazione asciutta ed esatta 'andava all'osso'". Giuseppe
Conte (Giornale) afferma che "era in Luzi che continuava
la grande strada maestra aperta dalla poesia italiana del Novecento,
da Ungaretti e da Montale
Luzi portava la poesia ai suoi vertici
novecenteschi, e con la sua insuperabile, straordinaria freschezza
degli anni tardi la traghettava nel nuovo secolo e nel nuovo millennio".
Giulio Ferroni (Unità) sostiene che "poeta cristiano
dunque è stato Luzi, poeta integralmente cristiano e 'dantesco'.
Molti di noi hanno capito solo tardi il valore profondo di questo
essere cristiano del poeta
Le vicende degli ultimi decenni ci
hanno invece mostrato quanto fosse determinante ed essenziale, anche
per capire le contraddizioni della realtà contemporanea, per
svelare i meccanismi, per denunciare gli obbrobri e le stortura, una
voce così intensamente cristiana e dantesca come quella di
Luzi". Per Mario Baudino (Stampa) Luzi "ha attraversato
il Novecento nella forma del 'raccoglimento', come disse, non rinunciando
però ad assumere su di sé i grandi eventi, le catastrofi,
i 'cataclismi'; a cercare nei versi una risposta
Era un uomo
mite, ma non arrendevole". Sullo stesso organo Lorenzo Mondo
rileva la che la sua poesia "unisce la storia e la metastoria,
il transeunte e l'eterno. Perché, ammonisce il poeta, 'solo
la parola all'unisono di vivi / e morti, la vivente comunione / di
tempo e eternità vale a recidere / il duro filamento d'elegia".
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