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Si
sono svolti a settembre a Roma gli Stati Generali dell'Editoria
per rivendicare attenzione e sostegno da parte del governo e dello
Stato. Ne riferisce Alberto Scarponi in un lungo articolo sul trimestrale
Lettera Internazionale stigmatizzando che gli unici non invitati
a intervenire sono stati gli scrittori a cui secondo l'Aie (Associazione
Italiana Editori) è, evidentemente, permesso scrivere (e
produrre libri), ma a cui non è concesso prendere la parola.
Pur avendo presentato un libro bianco intitolato
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Il logo dell'AIE Associazione italiana editori
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"Dalla domanda di lettura alla domanda di cultura" gli editori
nazionali parlarano di "politiche organiche", "politiche
di sistema" evitando costantemente di parlare di quale politica
culturale si vuole in questo paese per sviluppare, per l'appunto,
la lettura e la cultura. Tanto fumo e poco arrosto e di fatto, nota
Scarponi, gli editori "cercano in tutti i modi di impedire che
nei propri affari economici entri a giudicare un punto di vista politico
o culturale". Così, mentre il ministro Urbani sembra fare
orecchie da mercante alla richiesta di una "legge sul libro",
gli editori appaiono sempre più nervosi e si sentono "minacciati
da tutti i lati: la tv, internet, le fotocopiatrici, la press on demand,
quelli del no-copyright, lo stress che isterizza i lettori e li allontana,
la frenesia urbana che nega il tempo privato per la lettura, l'Europa,
la globalizzazione
mentre la realtà scappa". Insomma,
un mestiere in crisi d'identità. E gli scrittori? Zitti e mosca.
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