In un ampio intervento
pubblicato sull'Unità il più prestigioso sociologo
contemporaneo, Zygmunt Baumann riflette sul ruolo degli intellettuali
in quella che lui chiama la "modernità liquida".
"Ho scelto questo termine "liquido" perché,
come da dizionario, una cosa liquida è una cosa che non
riesce a rimanere nella
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Zygmunt
Baumann
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propria
forma, quindi questo sarebbe un termine più giusto per la nostra
modernità fluida, in quanto utile a per descrivere il periodo
che stiamo vivendo, piuttosto che usare il termine post-modernità".
Baumann argomenta sull'intellettuale "liquido" che dovrebbe
esprimere la necessità di farsi un mediatore culturale, una
figura specifica di interprete tra varie forme di civiltà.
Ma lui per primo riconosce che le cose non stanno così. Che
oggi gli intellettuali si propongono come "celebrità"
perché passano in televisione, e dunque è la tivù
che certifica la loro esistenza e notorietà, anche se Baumann
spera che essi "siano qualcosa al di là di questo".
Resta, all'interno del nodo tra intellettuali e tivù, il fatto
che quest'ultima oggi ci fa sapere ogni cosa del mondo, ma si tratta
di una conoscenza informativa, superficiale, mentre mai come in questo
momento gli intellettuali dovrebbero aiutare la gente a "capire
il mondo". Se la logica dei massmedia domina i comportamenti
degli operatori culturali, essi non riescono più ad assumersi
le proprie responsabilità, che vuol dire insegnare quel codice
etico, quella visione morale che impedisca alla globalizzazione di
corrompere le nostre persone. Per Baumann modelli dell'intellettuale
"liquido-etico", seminatore di dubbi e mediatore tra varie
culture, sarebbero figure come Albert Camus e George Orwell. La dissertazione
di Baumann appare generosa e senz'altro utile, ma è forte il
sospetto che avvenga "a babbo morto". Il sociologo anglo-polacco
è autore del libro La decadenza degli intellettuali, ma forse
il titolo oggi più acconcio sarebbe "Il decesso degli
intellettuali". |
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